Nel solco della storia delle relazioni tra Europa e Americhe, questa presentazione propone un collegamento ideale tra la testimonianza umanistica di Pietro Martire d’Anghiera e l’impegno contemporaneo del Prof. Dr Alessandro Martire, discendente diretto e vivente della propria linea familiare, secondo i documenti in possesso dell’autore e provenienti dalla sua famiglia da parte paterna.
L’obiettivo non è attribuire retroattivamente a un cronista cinquecentesco categorie giuridiche nate molti secoli dopo, bensì mettere in luce una continuità etica: il dovere di documentare la sopraffazione, custodire la memoria e promuovere la dignità , la lingua, i territori e la vita culturale dei popoli indigeni.
Pietro Martire d’Anghiera (1457–1526), insigne umanista, storico e diplomatico del Rinascimento italiano, occupò una posizione di particolare rilievo presso la corte dei Re Cattolici di Spagna, Ferdinando II d’Aragona e Isabella I di Castiglia.
Ebbe un ruolo importante non soltanto come primo grande cronista delle esplorazioni del Nuovo Mondo, ma anche come testimone e narratore critico delle violenze e delle sopraffazioni subite dalle popolazioni native americane durante le prime fasi della colonizzazione spagnola.
Alessandro Martire, nella contemporaneità , con spirito etico simile, ha dedicato la propria attività istituzionale e culturale al dialogo con la Nazione Lakota Sicangu di Rosebud, alla salvaguardia dell’identità culturale dei popoli nativi e alla promozione di strumenti di cooperazione internazionale, anche attraverso accordi e protocolli riconducibili alla soft law.